L’esperienza eucaristica di Teresa Spinelli alla luce di S. Agostino

Le lettere di Sr. Maria Teresa Spinelli al direttore spirituale sono l’espressione di un cuore agostiniano sotto molteplici punti di vista. Particolarmente significativa è la dimensione eucaristica che permea la vita e il pensiero sia di Agostino, sia di Teresa.

            Il sacramento dell’Eucarestia è senza dubbio quello che meglio sintetizza la spiritualità agostiniano - spinelliana: l’umiltà di Cristo che arriva al punto di farsi cibo per noi; lo spirito di servizio portato fino alle estreme conseguenze, nella totale gratuità; l’unità della Chiesa, corpo di Cristo e l’unione, realizzata da questo sacramento, tra il “tutto” di Dio e il “nulla” dell’uomo.

 

 

L’eucarestia, sacramento dell’unità della Chiesa

 

            Uno degli aspetti che Agostino sottolinea maggiormente quando parla dell’eucarestia è infatti quello dell’unità. L’eucarestia è per Agostino il sacramento dell’unità  perché nel pane e nel vino consacrati è presente tutta la Chiesa, corpo mistico di Cristo: “Mistero di amore! Simbolo di unità! Vincolo di carità! Chi vuol vivere, ha dove vivere, ha di che vivere. S’avvicini, creda, entri a far parte del Corpo, e sarà vivificato” (In Io. ev. tr. 26,13). Sono famosi alcuni discorsi ai neofiti, come il 272, nel quale è contenuta la celebre frase: “Siate ciò che vedete, ricevete ciò che siete”, o come il 229, nel quale è ribadito lo stesso concetto: “Noi pure infatti siamo diventati suo corpo e, per sua misericordia, quel che riceviamo, lo siamo” (Ser.  229,1).

            Teresa Spinelli, nelle sue lettere, spesso rivela la dimensione ecclesiale della sua preghiera, sempre sollecita delle necessità della Chiesa, soprattutto della sua unità. È commovente a questo proposito il triste presagio che intuisce un giorno, raccolta in preghiera: “Io fui presa da una cognizione funesta per la mia figlia, intesi essere separata dal Corpo Mistico della Chiesa” (Lett. 117).

           

 

L’unione dell’anima con Dio per mezzo dell’eucarestia

 

            Quello del corpo mistico è senza dubbio il filone più noto della teologia eucaristica agostiniana. Agostino tuttavia evidenzia anche che l’eucarestia realizza l’unione del credente con Cristo: “Mangiare questo cibo e bere questa bevanda, vuol dire dimorare in Cristo e avere Cristo sempre in noi” (In Io. ev. tr. 26,18); “Noi viviamo per mezzo di lui, mangiando lui, cioè ricevendo lui che è la vita eterna, che da noi non avevamo” (Ib. 26,19).

            La nostra Fondatrice presenta al direttore spirituale la sua esperienza interiore nel ricevere l’eucarestia in questi termini: “Potete immaginare, Padre mio, che cosa ha fatto l'anima trovandosi unita realmente a quello, da cui spera ogni vero bene! (Lett. 4). E ancora: “Sono andata a ricevere Gesù, e tutta sono stata occupata da quel Dio immenso ed infenito, e null'altro ho compreso se non che ero in Dio, e Iddio in me, e le Sue grandezze io ravvisavo in quel Dio, che mi occupava. Io non ho potuto fare preghiere, né considerazioni, solo stare in questa pienezza con una quiete grande, mentre tutto taceva. Qualche momento l'anima voleva chiedere, e fare qualche atto, ma non ha potuto, e, in trovarmi così, ho trovato sodezza; e infine mi sono trovata con una pacifica sostanza”. (Lett. 60)

            Quel “riposo in Dio”, tanto caro ad Agostino, che l’uomo godrà pienamente nel “sabato senza tramonto”, si può già pregustare su questa terra per mezzo dell’esperienza eucaristica: “La prova che si è veramente mangiato e bevuto il suo corpo e il suo sangue, è questa: che lui rimane in noi e noi in lui, che egli abita in noi e noi in lui, che noi siamo uniti a lui senza timore di essere abbandonati” (In Io. ev. tr. 27,1).

            Questa esperienza è frequente anche nella vita di Teresa Spinelli: “Ho fatta la Comunione e mi sono intesa straordinariamente ripiena di quella Immensità, che tutta mi ha occupata; I'anima non ha potuto in alcun modo parlare, tutta cieca e muta io sono stata in tal tempo, solo intendevo che ero con quelI'Immensità che mi corroborava”  (Lett. 45); “La S. Comunione è stata piena di grazie, ed ha lassato in me l'unione sensibile, la quale ancora mi accompagna. Quante grazie, mi pare nel tutt'assieme che mi faccia, mi pare un mondo nuovo” (Lett. 46). La Spinelli arriva addirittura a cogliere, nell’eucarestia, l’esperienza della Trinità: “Nel ragionare che facevo con Gesù, che stava in me, ho potuto considerare che tutte e tre le Divine Persone vi stavano, e la santa fede mi ha regolato le potenze dell'anima, perché si occupassero ne' suoi atti” (Lett. 14). Agostino, dal canto suo, evidenza invece come i cristiani, corpo mistico di Cristo, siano un’ “eucarestia” per la Trinità: “I corpi dei fedeli sono ostie per Dio, membra di Cristo, tempio dello Spirito Santo” (Contra Max. 2,21,1).

           

 

Il sacramento del cammino

 

            L’eucarestia è necessaria alla Chiesa peregrinante ma non lo sarà più per coloro che godranno della visione eterna di Dio: “In questa vita la distribuzione del corpo di Cristo è necessaria per i fedeli, perché con esso portono tendere al Signore; ma quando si sarà pervenuti alla visione del Verbo di cui parlavamo, non sarà più necessaria la distribuzione del suo corpo” (Ser. 264,5). Un’anticipazione di quanto prospetta Agostino è forse avvenuta alla nostra Serva di Dio: “Sono andata in Cappella, e ho trovato l'anima con tanto spogliamento di tutto, in atto tanto puro di sagrificio, che io non posso spiegarvi come sia andata! Solo vi posso dire, che io mi sono intesa ripiena di quel Dio immenso ed infinito, questa pienezza mi rendeva nuda, spogliata di tutto, riconoscente degli due estremi, ciovè: Tutto e niente. Pareva di non aver logo la Comunione, perché tutto era in me. Io non so spiegarmi di più, certo che non è stata grazia ordinaria, ma grazia delle grazie!” (Lett. 20).

            L’eucarestia è il sacramento dell’unità, è il sacramento dell’incontro: “Questo è quello che avete ricevuto. Come dunque vedete che esprime unità tutto quel che è stato fatto, così anche voi siate uno, amandovi, mantenendo l’unità della fede, l’unità della speranza, l’indivisibilità della carità” (Ser. 229,2). La comunione eucaristica è il momento in cui anche a noi, come ai discepoli di Emmaus, il Signore apre gli occhi: “Orbene, fratelli, quand’è che il Signore volle essere riconosciuto? All’atto dello spezzare il pane (…) Imparate dov’è da ricercare il Signore, dove lo si possiede, dove lo si riconosce: è quando lo mangiate” (Ser. 235,3).